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giovedì 28 maggio 2009

Educazione informale


È una parola fragile, educazione, una parola affaticata da un uso non sempre limpido e disinteressato. Una parola che chiede perciò di essere pronunciata con un po’ di riguardo, magari sottovoce, in modo che possano risuonare i suoi echi nascosti, le sue segrete risonanze. Il suono profondamente umano di una successione di lettere che evoca scoperte, stupori, esperienze.

Per essere rivitalizzata e restituita al suo significato più profondo, l’educazione deve essere liberata dalle costrizioni e dalle convenzioni.

Deve essere informale: libera di assumere forme di volta in volta diverse, adattandosi alle dinamiche imprevedibili dei rapporti umani, ai loro equilibri fatti di sintonie ma anche di malintesi, di aperture ma anche di chiusure.

Non più uno schema rigido che separa chi insegna da chi apprende, chi sa da chi ignora, chi è esperto da chi non lo è, ma un percorso a due che impone un reciproco educarsi e crescere insieme.

Luigi Ciotti

mercoledì 27 maggio 2009

Educarsi: le panchine sono di tutti

“LE SCIMMIE VERDI”

ovvero

un tal Daniele e un certo Hamid si scambiano gli abiti per tentare di capire se grattare la scapola di Naomi Campbell sia possibile, se ballare per strada sia pericoloso, se i neri vendano rose e i cinesi mangino i morti, se vi sia un colore sbagliato per la pelle, se le prostitute si riconoscano dalle dita dei piedi e... cosa diavolo siano le scimmie verdi.....

Daniele Barbieri e Hamid Barole Abdu portano in scena uno scambio di identità

«Le scimmie verdi» parla di identità, razzismo e conoscenza. Un vero scambio sperimentale di identità creato da Daniele Barbieri, giornalista [anche a Carta] e Hamid Barole Abdu, poeta e scrittore.
Se è vero, come si racconta in Africa, che «le orecchie attraversano i continenti» e che la capacità d’ascolto determina la conoscenza, è importante uscire dai propri confini non solo territoriali, ma soprattutto identitari: intraprendere un viaggio poetico, letterario, emotivo o semplicemente simpatico; nel senso di un sentire con… l’altro. Mettersi nei panni altrui in un contesto umano differente significa decentrare reciprocamente quelli che sono i punti di riferimento storici, politici, culturali e sentimentali; metterli in discussione, confrontarli con altri per rielaborare una percezione nuova e condivisa della realtà.
Come ci si sente l’uno nei panni dell’altro? un italiano [Daniele Barbieri] in un eritreo e un africano [Hamid Barole Abdu] in un europeo? I due si incontrano per strada, iniziano a parlare e si scambiano abiti e identità. Hamid inizia a parlare come Daniele o qualcuno che gli assomiglia: romano, un po’ nazionalista, non cattivo ma razzista senza saperlo e disturbato nel suo quieto vivere dall’incontro con la diversità. Daniele si identifica con un immigrato fiero della propria identità, pieno di dubbi e ogni tanto sbruffone. Le battute si alternano a discorsi seri: sarà pericoloso ballare per strada, è giusto grattare la scapola di Mandela [quella di Naomi Campbell è un’altra faccenda… a quale maschietto non piacerebbe?], esiste un colore sbagliato per la pelle? Il falso Hamid e il falso Daniele cercano di capire cosa diavolo siano le scimmie verdi e provano a inventare un linguaggio per discutere su razzismo, sicurezza, paura dell’altro, diffidenza.

tratto dal Comitato "Verona Città Aperta"
http://veronacittaaperta.blogspot.com/

martedì 26 maggio 2009

Educarsi ed educare alle emozioni

Educarci alle emozioni, sì, educarci, perché la nostra tradizione razionalista poco ci ha abituati, insegnanti ed educatori compresi, ad ascoltarle. Il primi passo da fare è quello di accorgerci dell'emozione, poi imparare a “dare un nome” all’emozione che stiamo provando in quel preciso momento. Provate a farlo…non è facile. Ricorriamo spesso a forme generiche come “mi sono sentito male”, “questa cosa mi fa bene” e così via. Dare un nome all’emozione, “sono deluso”, “mi sento deprivato”, “quello che mi dici mi rende profondamente triste”. Riconosco l’emozione, mi guardo dentro, cerco di identificarla, darle un nome. Solo successivamente, dopo un po’ di esperienza sul campo e con me stesso inizio a comprenderla, fino ad imparare a gestirla. Le nostre giornate di lavoro e le nostre relazioni interpersonali sono sovraccariche di emozioni di cui spesso non ci rendiamo nemmeno conto. Nel suo bel testo Goleman ci parla dell’Intelligenza Emotiva. Un passo ulteriore, che dovrebbe far parte degli strumenti professionali di un insegnate e di un educatore, è quello di saper riconoscere le emozioni degli altri; nel caso di ragazzi dobbiamo anche apprendere ad accoglierle e a gestirle, nel senso di non farci prendere noi dall’emotività e accompagnare i ragazzi ad iniziare quel percorso di scoperta del sé emotivo che potremo definire educazione alle emozioni.

sabato 4 aprile 2009

Chi educa chi?



Questo blog nasce dall'esigenza di condividere riflessioni a partire da esperienze e pratiche educative. Il grande pedagogista brasiliano Paulo Freire sosteneva che nessuno educa nessuno, ma ci si educa insieme.